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Forse, più che lezioni di pedagogia e seminari con specialisti dell’età evolutiva, per “imparare” a essere
genitori di figlie e figli adolescenti bisognerebbe iscriversi a un corso di ballo. Le mosse delicate e
le continue giravolte di un valzer, la follia corpo a corpo di una samba, l’impeto e gli strappi improvvisi di un tango.
«La relazione di un genitore con una figlia o un figlio adolescente è una danza, all’interno di un ritmo fatto di ossimori e di paradossi»
esordisce Giulio Costa, Responsabile del servizio di Psicologia – area Adulti della
Fondazione Hospice Seràgnoli, portando all’estrema sintesi la sensazione che lascia l’ultimo romanzo di Matteo Bussola, La neve in fondo al mare, sfondo di questa conversazione.
Quello di Bussola è un racconto corale ambientato in un reparto di neuropsichiatria infantile: storie, voci e silenzi di genitori e figli adolescenti che ruotano intorno a Tommy, sedicenne affetto da anoressia nervosa, e a suo padre Tano, un ingegnere incapace di trovare soluzioni razionali davanti alla fragilità del figlio. Attraverso i loro occhi Bussola restituisce – se pur in una condizione particolare, quella del contesto di malattia – la verità di tanti rapporti genitori-figli: «un continuo oscillare tra amore incondizionato e sensazione di fallimento», la definisce Costa, «tra vicinanza e distanza, tra la paura di perdere e il desiderio di lasciare andare. Ossimori e paradossi, appunto, a partire dal titolo, quell’idea poetica ma irrealizzabile della neve in fondo al mare.
L’adolescente vuole allontanare il genitore, ma nello stesso tempo lo richiama sulla scena;
vuole non essere guardato, ma desidera essere visto, vuole differenziarsi velocemente, ma vuole sentire di appartenere alla sua famiglia».
O si accetta l’ossimoro o viene completamente a mancare la grammatica che consente di comprendere l’adolescenza, manca il ritmo necessario a qualsiasi possibilità di stare nella danza. Anche perché, che piaccia o meno, non è una questione di singoli individui. «Io non parlo mai di “adolescente”, ma sempre di “adolescenza”, perché si tratta di un’esperienza collettiva, che riguarda tutta la famiglia. È una fase che non è solo cronologica, ma psichica, e oggi tende a spostarsi sempre più avanti nel tempo», spiega lo psicologo.
Delusione e amore
Uno dei nodi centrali della dinamica adolescenziale riguarda il tema delle aspettative. Soprattutto oggi, i genitori, osserva Costa, da un lato vedono nei figli uno specchio attraverso il quale misurano la propria adeguatezza o inadeguatezza come adulti, dall’altro, considerano il figlio come prolungamento di sé, una fotocopia ideale e idealizzata fin dalla prima ecografia. L’adolescenza però, rompe inesorabilmente questa illusione: «Con l’adolescenza cominciamo a capire che i figli non sono come li avevamo immaginati. A un certo punto ci deludono, e devono farlo. Amare un figlio significa amare il suo tradimento, accettare che non corrisponda al nostro ideale».
Un tradimento che è giusto e naturale, da interpretare non come fallimento genitoriale ma come condizione fisiologica di crescita: «Se voglio riconoscere mio figlio per ciò che è, devo accettare che tradisca le mie aspettative. Non devo pensare che questo significhi che io, come genitore, ho fallito».
La società contemporanea, iperperformante e competitiva, esaspera queste dinamiche perché rende tutto una questione di riuscita e di immagine: «Viviamo nella società della performance. Anche la genitorialità si misura in termini di successo. Un figlio bravo, sportivo, studioso diventa il riflesso dell’adeguatezza dei genitori. Se non corrisponde, scatta il senso di fallimento». Questa pressione, osserva Costa, crea figli che si sentono continuamente misurati e genitori che faticano a tollerare le fragilità. Da qui nascono incomprensioni, silenzi, conflitti e talvolta derive patologiche.
Il tradimento intollerabile
Se da un lato il tradimento che marca la distanza, quindi la crescita, è inevitabile, anzi, auspicato, ed è parte del ciclo della vita, esiste un tradimento – quello per antonomasia – inaspettato e intollerabile per una famiglia e per un genitore: un figlio che si ammala di un male cronico o incurabile, un figlio che muore. È il tradimento della vita, è l’indicibile: «In nessuna cultura del mondo c’è un termine che definisce il genitore cui muore un figlio», sottolinea Costa. Di più. Matteo Bussola, con il suo libro, scava in una condizione che è altrettanto disperante: un figlio adolescente che precipita in una condizione di patologia psichiatrica.
In un passaggio del libro, il padre osservando il figlio chiuso nella sua solitudine sul letto d’ospedale a causa di un grave disturbo alimentare, dice: “Forse per quello ora mi appari lontanissimo, anche se sei qui a un passo, raggomitolato in un letto come una conchiglia che affonda nella sabbia umida.
Ti osservo dal letto accanto al tuo, cercando di riconoscermi nelle tue braccia magre, nelle vene in evidenza, nelle spalle da sedicenne larghe ma fragili, nelle tue energie buie, nei tuoi silenzi esausti, nei tuoi occhi che sembrano temere la vergogna più del fallimento.
Siamo Ulisse e Telemaco all’incontrario, il padre che attende il ritorno del figlio squassato dai flutti più pericolosi, quelli delle aspettative disattese, dei sensi di colpa che piegano la schiena, del non sentirti all’altezza del mondo, del non sentirmi all’altezza di te”.
Sono abissi che lasciano senza fiato, spazi di pura angoscia dove si vive all’estremo quella condizione di incomunicabilità, di disperazione cieca, che, anche al di fuori da condizioni di dramma in piccole dosi omeopatiche, ogni genitore si trova ad attraversare nella fase dell’adolescenza.
Nei casi più limite, come quelli che Bussola racconta in reparto, la sofferenza è patologica. Ma anche in assenza di malattia, l’esperienza dell’adolescenza porta con sé vulnerabilità profonde:
«Un figlio può sentirsi brutto, inadeguato, non all’altezza. Se il genitore non regge questa vulnerabilità, rischia di viverla come un proprio fallimento. E allora il figlio, pur di non deludere, finge che vada tutto bene, quando invece va tutto male».
Qui si colloca l’esperienza degli “agiti”, tipici dell’adolescenza: comportamenti impulsivi, non pensati,
attraverso i quali il corpo parla al posto della parola. Disturbi alimentari, autolesionismo, fughe improvvise: segnali che vanno ascoltati senza banalizzare.
Chi sei? Chi siamo?
La sfida, per i genitori, sta tutta nella capacità di tenere aperta una relazione, di danzare senza pretendere di imporre il ritmo: «Non servono genitori che abbiano sempre la risposta giusta. Servono genitori che restino lì, che provino a dare risposte e a dialogare alla pari, senza banalizzare. Occorrono padri e madri che accettino di imparare una grammatica nuova, quella che l’adolescente porta con sé e che porta in casa, da un giorno all’altro».
Come Tano, il padre di Tommy, che osserva il figlio e non lo riconosce più, ogni genitore si trova prima o poi di fronte a questa domanda: chi è questa persona nuova? L’adolescenza è la fase in cui quella domanda diventa ineludibile. E, se accolta, può trasformarsi in occasione di crescita per entrambi.