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Crescono, anno dopo anno, la ricchezza e l’incisività dei contenuti di riflessione (e di pratica) che la Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli porta sul palcoscenico di KUM! il “Festival nazionale delle Scienze umane” ideato da Massimo Recalcati per mettere al centro del discorso pubblico e della diffusione dei saperi i temi della cura e del prendersi cura, della salute e della malattia, del benessere e del disagio, nelle diverse declinazioni filosofiche e psicologiche, mediche e scientifiche, sociali e politiche.
A Pesaro, per l’edizione 2025 (“Avere Cura” il tema-filo conduttore), la Fondazione ha organizzato nel pomeriggio di sabato 18 ottobre una sessione molto articolata, dal titolo “La Responsabilità della Cura: Sistema, Comunità e Persona”. Tre punti di vista, tre diverse dimensioni che hanno preso forma e sostanza attraverso gli interventi di Sandro Spinsanti, Direttore dell’Istituto Giano, Giulio Costa, Responsabile Area Psicologica Adulti – Fondazione Hospice Seràgnoli e Michele Rugo, Direttore Medico – Residenza Gruber, introdotti da Sharon Nahas, Direttrice Medica della Fondazione Hospice.
Punto di partenza degli interventi dei relatori, la visione del Sistema Sanitario così come lo viviamo oggi nel nostro Paese: sempre più legato alla sostenibilità, al frazionamento del percorso di cura e alla scarsità dei professionisti sanitari che mal si concilia con un approccio che metta al centro i bisogni dei pazienti e delle loro famiglie. «Questo comporta una deresponsabilizzazione del Sistema sull’intero processo assistenziale, che non trova più un filo conduttore se non quello, troppo “tirato” ormai, creato e costantemente protetto dai singoli operatori della Salute». Il secondo tema affrontato è quello della Comunità. “Viviamo in un’epoca prestazionale in cui l’esperienza della vulnerabilità, del fallimento e del morire vengono rimosse e negate in maniera reiterata in ogni sistema relazionale: familiare, educativo, lavorativo, sanitario, e quindi di Comunità”. La logica performativa ha inevitabilmente contaminato la dimensione della Cura sviando il suo significato, illudendoci che a ogni atto debbano corrispondere salute e guarigione. Tuttavia, prendersi cura è un atto politico, che riguarda la Polis, ed è solo recuperandone il significato originario che potremo sviluppare una consapevolezza in grado di integrare l’angoscia nelle relazioni e mettere in atto buone pratiche individuali e collettive.
Punto di arrivo del percorso, la dimensione della persona la cui cura “è un atto di responsabilità soggettivo, non solo delegato ai professionisti sanitari”, gli aspetti psicologici, emotivi e affettivi divengono spesso determinanti nel sostenere il paziente al quale vengono diagnosticate patologie che riguardano il corpo. Senza che la malattia diventi una “scusa” per ritirarsi dalla vita e dalle domande che questa ci pone.