Cura, Formazione, Incontri

La lezione di guardarsi negli occhi

Non solo conoscenze innovative sugli interventi clinici per ridurre il dolore e gli altri sintomi. Ai futuri medici il tirocinio in hospice insegna un approccio alla professione che rimette al centro il valore umano della relazione. Per imparare ad ascoltare anche il silenzio.

PRESA DIRETTA

 

Attività in staff
Il tirocinante, sotto la supervisione di un tutor, partecipa a tutte le attività dello staff di lavoro dell’hospice, interfacciandosi con le diverse professionalità del team: medici, infermieri, fisioterapisti, operatori socio-sanitari, psicologi.

Skills di Tirocinio/1
Durante il tirocinio lo studente assiste ai colloqui tra professionista sanitario e paziente/famigliare prima del ricovero in hospice, partecipa al briefing giornaliero, assiste alla fase della prima visita ambulatoriale.

Skills di Tirocinio/2
Durante il tirocinio lo studente esegue almeno una volta il ricovero del paziente, la prescrizione delle terapie per il controllo dei sintomi (compresi quelli non rispondenti alle terapie ordinarie), la dimissione protetta, in affiancamento al medico della struttura.

Autonomia di giudizio
Oltre alle diverse competenze tecniche, al termine del tirocinio lo studente dimostra di essere in grado di eseguire autonomamente l’applicazione delle scale di valutazione dei sintomi e dei bisogni del paziente.

Formazione continua
Durante il loro periodo di attività, i tirocinanti possono partecipare ai corsi di formazione continua attivati dall’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa (Asmepa).

«Hai scelto tu di venire a fare il tirocinio qui in hospice o ti ci hanno mandato?». Una domanda posta così a bruciapelo, dopo essere entrati da nemmeno mezz’ora nell’Hospice Bentivoglio – primo giorno di tirocinio sul campo, spazi nuovi, colleghi nuovi, contatto diretto con i pazienti dopo anni di aula e di teoria – è a dir poco spiazzante. «È stato come un pugno nello stomaco: mi sono sentito nudo, come se mi si leggessero in volto la preoccupazione, l’indecisione nei confronti di quell’esperienza cui, in eetti, avevo detto “sì” tra mille dubbi. Solo dopo, man mano che passavano i giorni, e settimane, ho capito quale fosse il senso vero di quella domanda, il suo valore. Ho capito che quella domanda “è” l’hospice. Un luogo dove la prima arma, per i medici, per i professionisti sanitari, così come per i pazienti, è la volontà. Dove ciò che conta è l’essenziale: ogni gesto, ogni dialogo, deve essere diretto, fondarsi sulla realtà e sulla lealtà. Non ci possono essere zone d’ombra o giri di parole. In hospice ci si guarda negli occhi, tra medici, professionisti sanitari, con i pazienti». Sorride Santino Minichillo, 32 anni, medico oncologo oggi presso l’Unità di Oncologia Medica dell’Ospedale Bellaria, nel ricordare quella domanda «spietata» postagli dalla tutor, la dottoressa Cinzia Possenti, che ha segnato l’esordio dei suoi due mesi di tirocinio durante la specializzazione in oncologia all’interno della struttura di Bentivoglio della Fondazione Hospice Seràgnoli. Un’opportunità, quella dei tirocini professionali, nata dalla collaborazione tra la Fondazione e la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, che accanto all’introduzione nella stessa Facoltà di corsi elettivi in Cure Palliative per gli specializzandi del IV, V e VI anno, rappresenta un piccolo ma importante passo in avanti nella comprensione di questo aspetto della medicina per troppo tempo rimasto al di fuori del percorso formativo canonico.

«Segno di un risveglio di attenzione per la medicina umanistica, ovvero per un approccio che parte dal paziente e dai suoi bisogni, non dalla malattia», spiega il professor Guido Biasco, docente presso il Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’ateneo bolognese e Direttore Scientico dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa, «una reazione all’esasperazione della medicina come tecnica, della tecnologia come unica soluzione. Noi medici ci siamo accorti che è necessario rimettere in discussione l’idea che il nostro dovere sia sempre e solo guarire il paziente e che quando ciò non avviene sia una sconfitta della medicina». Come aggiunge Davide Festi, docente del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, «la comprensione delle cure palliative sconta un gap culturale; oltre a dare questa opportunità agli studenti, dobbiamo lavorare anche sulla cultura dei docenti, creare una classe di professori che abbiano questa consapevolezza e sappiano trasmetterla».

«Si tratta in un certo senso di colmare una lacuna formativa», aggiunge Monica Beccaro, Responsabile dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa (Asmepa). «La medicina deve andare oltre, deve sapersi porre anche la questione dell’inguaribilità, e quindi tornare a guardare ai bisogni della persona al di là del successo o meno della cura. Questo approccio deve entrare a far parte della formazione dei futuri medici».

Nell’allora “futuro oncologo” Minichillo questa lacuna esisteva, «anzi», aggiunge lui, «durante la Specialistica ci si sofferma poco sui temi e le metodologie legate alle cure palliative Noi studenti avevamo la presunzione di pensare che l’hospice fosse qualcosa che sta al di là della medicina. Un affare non da medici». Ecco il motivo della sensazione spiazzante avvertita una volta entrato qui e messo di fronte a quella domanda. «Mi sono accorto che dovevo rivedere profondamente tante mie convinzioni di aspirante medico oncologo: ho iniziato a considerare importante toccare con mano la cura, la gestione dei sintomi legati alle patologie oncologiche e la realtà del fine vita. Nonostante la necessaria freddezza richiesta dalla professione medica, ho una mia emotività e ho capito subito che entrare in hospice avrebbe significato aprirmi al rapporto umano».

Una rivoluzione delle certezze acquisite che inizia  fin dal mattino. «In ospedale il giro visite è in genere una routine impostata sull’automatismo: si entra in camera, si sfoglia la cartella, cos’ha avuto il paziente? Quali farmaci abbiamo somministrato? Esami e effettuati? Risultati?… Si sta con gli occhi fissi su fogli e grafici, quasi il paziente non fosse lì.

In hospice si entra in camera, si guarda il paziente negli occhi e magari gli si fa pure un sorriso. Come si sente oggi? Viene sua  glia a trovarla? Ha visto che pioggia terribile c’è fuori? All’inizio questo entrare nel personale l’ho trovato spiazzante, ma non è semplice cortesia. Sono domande che il medico pone perché le risposte che riceve, il tono e l’inflessione della voce, anche i silenzi, sono tutti indicatori che hanno una forte valenza medica. La capacità di leggere e interpretare queste sfumature è un patrimonio professionale che si accumula giorno dopo giorno e ci si porta con sé in qualunque corsia di reparto ospedaliero».

Certo, durante le settimane di tirocinio si apprendono le tecniche più avanzate legate alle terapie per controllare il dolore e i sintomi, le tecniche di sedazione palliativa, «e, come oncologo, si comprende meglio il ruolo chiave del palliativista, l’importanza di capire quando è il momento di “fermarsi” e ri ettere in maniera più allargata per il bene del paziente, rivolgendosi a chi ha questa competenza specifica. Ma quel che si impara è soprattutto un metodo di approccio alla professione e alla relazione con i colleghi.

In genere il medico sul “suo” paziente è abituato ad avere l’ultima parola, che spesso è anche l’unica. Nella vita ospedaliera è una continua corsa, non c’è mai il tempo di fare il punto con i colleghi, di chiedere: “Ma tu cosa ne pensi di questa situazione?”. Nei meeting di reparto si mettono in comune solo i casi più complessi o quelli legati a particolari protocolli clinici. In hospice invece questo confronto continuo che coinvolge tutti i professionisti sanitari della struttura, su ogni singolo paziente, è un momento istituzionalizzato: ogni giorno, per due ore, nell’incontro di briefing l’intera équipe si ritrova e passa in esame le evidenze di ogni paziente. Imparare a mettere in discussione ogni giorno le tue convinzioni e decisioni evita errori, porta un beneficio in più al paziente e fa crescere professionalmente tutto lo staff. Il momento del confronto è un arricchimento, non è una svalutazione delle competenze e della capacità decisionale del medico».

 

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