Incontri, Solidarietà

Digitale, ma personale

Semplificazione della comunicazione, cultura della condivisione e immediatezza: questi gli elementi che la rivoluzione digitale sta mettendo al servizio della cura (e del non profit). L’esperienza di Ru Watkins, Ceo del Noah’s Ark Children’s Hospice di Londra.

Prima e più che un cambiamento negli strumenti e nei metodi di comunicazione, la rivoluzione digitale sta portando con sé un cambiamento profondo di mentalità. L’essere connessi, il condividere, il partecipare non sono solo “abilitazioni” rese possibili dalle nuove tecnologie, ma sono ormai la naturale tendenza di ogni gesto – e pensiero – quotidiano. Gli strumenti e le categorie del digital sono diventati un modo d’essere che comincia a permeare anche ambiti prettamente “analogici” come quello della cura.

Un contesto nel quale uno sguardo conta (per ora!) ancora più della “visualizzazione”, ma che comunque convive con la trasformazione in atto e sta cominciando a trarne vantaggi concreti. Sia riguardo allo specifico dell’attività assistenziale sia rispetto alle possibilità di coinvolgimento e collaborazione che le non profit possono utilizzare grazie ai nuovi strumenti di comunicazione. Su questo tema ci siamo confrontati con Ru Watkins, Ceo del Noah’s Ark Children’s Hospice di Londra.

Secondo Watkins, sono tre gli elementi più significativi, e di innovazione, che il digitale ha messo a disposizione delle realtà non profit impegnate nell’ambito della cura e dell’assistenza. «Per prima cosa il digitale ci offre la possibilità di raggiungere in maniera semplice e priva di barriere potenzialmente chiunque, dalle famiglie ai donatori agli altri nostri stakeholder, ma anche i membri del nostro stesso team e i volontari. Ci dà la possibilità di creare questo contatto e forme di dialogo utilizzando – attraverso un unico canale – linguaggi diversi che possiamo modulare a seconda del messaggio: testi, immagini, audio, video», osserva Watkins. «Inoltre, è uno strumento abilitante anche per chi, dall’esterno, vuole interfacciarsi con noi. Attraverso il digitale, tutti possono aderire a una causa e fare la differenza». Unica avvertenza, «non abusare dello strumento, perché il web è una piazza molto affollata, dove il singolo utente viene bombardato ogni giorno da migliaia di informazioni, sollecitazioni, campagne, richieste. Anziché accendere l’attenzione, se il messaggio non è ben curato e modulato, si finisce per confondere i potenziali interlocutori».

Il secondo elemento positivo di questa rivoluzione è più un fatto di contesto. Riguarda lo sviluppo di una nuova mentalità che ha accompagnato la rivoluzione digitale, una “mentalità sharing”; la condivisione è diventata un valore e una modalità per sviluppare nuove idee, nuovi progetti. «Ha preso piede nel giro di pochi anni una “cultura della condivisione” che si traduce in una maggiore facilità di fronte a progetti concreti, in collaborazioni anche tra soggetti diversi o in nuovi modelli di partnership tra pubblico e privato». Infine, ed è forse l’aspetto che apre gli squarci più interessanti sul futuro, il digitale e i suoi strumenti stanno entrando in maniera delicata ma determinante anche nella pratica clinico-assistenziale quotidiana: «I professionisti hanno la possibilità di condividere informazioni in tempo reale e quindi prendere decisioni in maniera più rapida e più informata, di lavorare con maggiore efficienza». Non solo, le app di live messaging e gli stessi social sono anche dei canali utili per una comunicazione diretta e immediata tra famiglie dei pazienti e l’équipe dell’hospice. «Spesso i membri dei nostri staff usano Facetime per comunicare con le famiglie. Perché no? È, come Whatsapp, uno strumento che ormai ciascuno di noi usa per comunicare, fa parte della quotidianità. Far passare attraverso questo tipo di strumenti anche la comunicazione tra staff e pazienti o familiari dà un connotato di normalità al rapporto, è un modo per essere ancora più vicini, per personalizzare l’assistenza. Il virtuale torna così al reale».

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