Cura, Incontri

Il lutto può essere una vera occasione di “incontro” con l’altro

Trasformare la stasi dell’assenza totale in azione dinamica. Un “lavoro” che ci porta a una comprensione più alta della persona che ci ha lasciato, ridefinendo le coordinate del nostro mondo. Così lo psicanalista Massimo Recalcati traccia una nuova bussola per orientarsi nella perdita.

La capacità che fa la differenza è quella di cambiare la prospettiva. Di proporre una chiave di lettura della realtà che consente uno scatto diverso, laterale, illuminante, perché solo così è possibile progredire. Il cambio di prospettiva suggerito da Massimo Recalcati, psicanalista e fecondo autore di saggi e programmi televisivi che hanno saputo portare il linguaggio della psicoanalisi all’interno dei grandi temi della modernità, è la considerazione della perdita di una persona cara non come fatto statico, come linea immobile dove tutto si annulla e finisce, ma come movimento. La stasi della morte viene così riletta come azione dinamica, come percorso che vede protagonista chi resta. Non a caso il saggio che ha pubblicato per Asmepa Edizioni concentra questo dinamismo in un titolo che costituisce un (possibile) programma di lavoro, tanto per le persone colpite da un lutto, quanto per gli operatori della cura che quotidianamente si trovano di fronte a questo mistero.

Incontrare l’assenza, questo il titolo, riassume in maniera efficace questo movimento proattivo, dinamico, in ultima analisi addirittura positivo: di fronte alla tragedia di un’assenza, la dinamica umana è quella di procedere verso un incontro, e quindi un confronto, uno scambio, infine una crescita.
Una chiave di lettura che apre uno spiraglio di speranza in un evento che, in qualunque modo accada, nega l’essenza stessa dell’essere: la vita. Il confronto con Recalcati parte proprio da qui, da questa impossibilità di dare alla morte una giustificazione, di renderla un evento normale, accettato e accettabile. «Non esiste morte naturale per quel che riguarda un essere umano», esordisce Recalcati, «ogni morte è sempre prematura, è sempre traumatica. In certi casi ovviamente in modo indicibile, come quando si spegne la vita di un figlio. Ma in ogni caso anche la morte di un anziano non è mai un evento naturale. Non ci si può mai abituare alla morte. Per questo il lavoro del lutto è sempre difficile. Si può lavorare attorno alla perdita. Si può provare a simbolizzarla. Ma il reale traumatico della perdita non si può assorbire mai integralmente. La capacità di reazione non consiste nel vincere o tanto meno nel negare maniacalmente la perdita, ma, paradossalmente, nell’incorporarla simbolicamente. Come scriveva Beckett “è impossibile continuare senza di te, ma è anche impossibile non continuare senza di te”». Questo percorso di incorporazione simbolica è quello che psicoanaliticamente, da Freud in poi, viene definito il “lavoro del lutto”. Un viaggio dinamico non solo dentro noi stessi e il nostro dolore ma anche – soprattutto – attraverso la reale comprensione dell’altro, della persona che ci ha lasciato. Un passo in avanti che proprio attraverso l’”incontro con l’assenza” ci arricchisce e ci rende paradossalmente più forti.

Un percorso complesso, che Recalcati sintetizza in tre passaggi, tre elementi ineludibili. «Il lavoro del lutto esige tempo, il che significa che non esistono lutti rapidi. Questo è di per sé già un tema enorme, perché nella cultura iper-moderna il tempo manca! Non c’è tempo! Il lavoro del lutto esige tempo ma noi viviamo in una cultura che si fonda sul rigetto della pausa, del tempo morto. Il secondo punto è il dolore psichico. Il lavoro del
lutto ha la sua benzina nel dolore, perché riconoscere l’irreversibilità della perdita di un oggetto che non tornerà più è una forma di dolore psichico che ha lo stesso impatto della perdita di un arto del corpo. Il lavoro del lutto comporta una ri-sensibilizzazione al dolore e mobilita strati del dolore psichico che si accompagnano al terzo grande tema, forse quello più essenziale: il tema della memoria. Nel lavoro del lutto non possiamo dimenticare, perché abbiamo attraversato il dolore di ricordare. Meglio, possiamo dimenticare perché abbiamo incorporato il morto, perché lo abbiamo ricordato, lo portiamo con noi, fa parte di noi».

Una prospettiva particolare riguarda il personale che opera in strutture di cura come per esempio gli hospice: qual è il portato di una continua esperienza di situazioni di perdita? Come reagisce un professionista a questa continua esposizione? E qual è, nei confronti dei familiari, il compito principale degli operatori della cura? «Il compito è mostrare che siamo in grado di preservare la cura anche quando la terapia è diventata impossibile», risponde Recalcati: «Saper preservare la cura significa sapere restare accanto a chi ci sta lasciando. Con i familiari si tratta di accompagnarli nel lavoro del lutto. Mostrare il carattere irreversibile della perdita, ma anche cosa ci ha lasciato chi abbiamo perso, cosa di lui o di lei continua a vivere in noi».

Consigli di lettura
Oltre al saggio di Massimo Recalcati, “Incontrare l’Assenza. Il trauma della perdita e la sua soggettivazione” (Asmepa Edizioni, 2015), è lo stesso psicanalista a consigliare due letture per confrontarsi con il tema della perdita di una persona cara: «Un bellissimo libro di Simone de Beauvoir titolato “Una morte dolcissima”, dove viene raccontata la morte di sua madre e “La peste” di Albert Camus dove si descrive cosa può essere una cura del fine vita quando la terapia è diventata impotente».

Chi è Massimo Recalcati

Psicanalista di scuola lacaniana, autore di molti saggi di successo tradotti in numerose lingue e autore di progetti per il teatro e la televisione (nel 2019 ha tenuto sette lezioni sull'amore in "Lessico Amoroso", andato in onda su Rai3), è professore a contratto di Psicopatologia del comportamento alimentare a Pavia. Nel 2003 ha fondato Jonas Onlus – Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi. È supervisore clinico presso la Residenza Gruber di Bologna, specializzata nel trattamento di DA (Disturbi dell’Alimentazione) gravi. Dal 2016 cura la direzione scientifica di Kum! Festival – Curare, Educare, Governare di Ancona, che nasce dal suo desiderio di creare un luogo aperto nel quale poter riflettere sul tema della cura e delle sue diverse pratiche.

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