Incontri

Coltivare la vita alla fine del mondo

Viviamo nell’epoca che forse più di ogni altra nella storia dell’umanità ha ipotecato il futuro. In positivo, con i progressi della scienza medica, dei diritti, della conoscenza, e purtroppo in negativo, con l’aggravarsi della crisi climatica, la recrudescenza di guerre e tensioni internazionali, lo sviluppo senza norme e regole di tecnologie “intelligenti” avanzatissime di cui non conosciamo le conseguenze.
Siamo anche nell’epoca in cui, a livello sociale e personale, la prospettiva sul futuro sembra sempre più in bilico, sulla soglia di un baratro. Sentiamo prossima la fine del mondo, o quanto meno del mondo così come siamo abituati a conoscerlo. Maura Gancitano e Andrea Colamedici, filosofi, scrittori, animatori culturali, nel loro Botanica della meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo hanno provato a scavare in questa sensazione di incertezza globale, ad analizzarne le cause.
Soprattutto, a coltivare una prospettiva alternativa.

Con Maura Gancitano siamo partiti da una parola, “fine”, e abbiamo provato – per analogie – a esplorare quale impatto può avere questa parola se letta con gli occhi della società, invece che con gli occhi di chi si trova ad affrontarla a livello personale.

Più che dal titolo, ci piace partire dal sottotitolo del vostro libro: “Coltivare lo stupore alla fine del mondo”. Cosa si coltiva se la fine non è solo metafora della crisi contemporanea, ma coincide con l’ultimo tratto di una vita? Si può coltivare ancora lo stupore?
Il libro nasce da un grandissimo senso di disorientamento, anche di impotenza, che secondo me caratterizza il nostro tempo. È un disorientamento legato alle narrazioni: abbiamo la sensazione di trovarci alla fine del mondo e di non poter fare niente, e questa percezione collettiva ricade sulle nostre vite individuali. Quando la “fine” diventa concreta, quando riguarda il fine vita, questo si intensifica e può trasformarsi nella sensazione di essere arrivati davvero all’ultima pagina, senza possibilità di scriverne altre. Non credo si smetta di coltivare lo stupore, credo piuttosto si debba cambiare la narrazione. Se impariamo a raccontare questo ultimo tratto come parte di un percorso, come una trasformazione, allora anche lì può esistere una forma di meraviglia. Intesa non come negazione del dolore o della paura, ma come capacità di riconoscere che ogni fase della vita, se guardata con attenzione, ha una sua densità di significato. È il momento nel quale, più che scrivere nuove pagine, si possono dare nuove interpretazioni alla nostra storia. Non è un libro che si chiude, ma è un libro che si riapre e che dona, a noi e a chi l’ha scritto con noi, significati nuovi.

Definite il vostro libro un “manuale per la resistenza”. Di fronte all’ineluttabile, a quello che è il destino di ogni esistenza, l’approccio giusto è la resistenza? C’è un valore positivo anche nella resa?
Siamo immersi in un’atmosfera cognitiva dominata dall’ansia, dovuta alla sensazione di non avere controllo. Siamo stati educati a pensare che possiamo e dobbiamo controllare tutto: il lavoro, le relazioni, il corpo, perfino le emozioni. La filosofia antica ci ricorda però che non abbiamo mai avuto davvero il controllo. Quando parliamo di resistenza non intendiamo un’opposizione rigida, eroica, quasi muscolare. Resistere non significa negare la realtà o combatterla a tutti i costi. Significa non accettare passivamente che le cose vadano in un certo modo, significa sentire che c’è ancora uno spazio di azione, anche minimo. È vero,“resa” è una parola oggi giudicata molto negativamente. Eppure, può essere un momento trasformativo. Arrendersi al fatto che non abbiamo il controllo può liberarci dall’illusione di dover governare ogni aspetto dell’esistenza. Il punto, secondo me, è trovare un equilibrio: cedere il controllo dove non possiamo esercitarlo, ma allo stesso tempo riconoscere la nostra “agentività”, capire cosa possiamo ancora fare, desiderare, immaginare. È un movimento continuo tra queste due dimensioni.

In un passaggio scrivete che bisogna “sapere che paradossalmente tutto è inutile, e farlo lo stesso”. Questo tema tocca da vicino anche le Cure Palliative, spesso percepite come il momento in cui “non c’è più niente da fare”. Che significato ha il “fare” anche quando sembra inutile?
Viviamo in una cultura profondamente utilitaristica. Calcoliamo continuamente il costo-beneficio di un’azione, valutiamo tutto in termini di efficienza, produttività, risultato. Eppure, le cose che danno senso alla vita spesso non sono immediatamente utili. Sono inutili nel senso economico del termine, ma fondamentali sul piano esistenziale. Quando diciamo che bisogna fare anche ciò che sembra inutile, intendiamo proprio questo: dedicare tempo ed energie a qualcosa che non produce un vantaggio misurabile, ma ha un valore simbolico, relazionale, narrativo. Le Cure Palliative sono un esempio molto potente. Dal punto di vista della guarigione, può non esserci “più nulla da fare”, ma in realtà si può fare moltissimo: si può accompagnare, ascoltare, alleviare il dolore, restituire dignità, creare uno spazio
di relazione. C’è un’idea molto radicata secondo cui, se non possiamo “aggiustare” qualcosa, allora non vale la pena occuparsene. Ma la vita non è solo riparazione, è anche comprensione, condivisione, presenza. Il senso non si misura in termini di efficacia. A volte il senso emerge quando smettiamo di chiederci “a cosa serve” e iniziamo a chiederci “cosa significa”.

Dedicate un capitolo al corpo, definendolo un elemento “osceno”, ovvero ormai messo “fuori dalla scena”. Perché il corpo è diventato così problematico?
In Europa abbiamo sviluppato un rapporto molto intellettualizzato con il corpo. Lo abbiamo allontanato, forse per anestetizzarlo, perché il corpo è costantemente disturbante: si ammala, invecchia, desidera, soffre, sfugge al controllo. E la modernità ha cercato di disciplinarlo, di addomesticarlo. Negli ultimi decenni è accaduto qualcosa di ulteriore: non siamo mai stati tanto esposti ai corpi degli altri e al nostro, ma questa esposizione è soprattutto visiva. Il corpo è diventato immagine, superficie, biglietto da visita. La bellezza, che nella storia della filosofia era qualcosa di perturbante oggi è uno standard cui adeguarsi. Gli scienziati parlano di “visione allocentrica” del corpo: è come se lo vedessimo con lo sguardo degli altri. Questo è accaduto storicamente soprattutto alle donne, ma oggi coinvolge sempre di più anche uomini e ragazzi. Se il mio corpo non corrisponde a certi standard,
allora “non funziona”. Ma il corpo non è un oggetto da esibire, è qualcosa che abitiamo. La malattia, in questo senso, rimescola le carte. Ci ricorda che il corpo non è solo immagine, ma identità, storia, vulnerabilità.

Restando nella metafora della botanica, chi sono oggi i “giardinieri” di cui abbiamo bisogno?
Non credo esista una figura salvifica. Abbiamo la tendenza a costruire eroi, come è accaduto durante la pandemia, e poi a dimenticarli. Eppure, la meraviglia non si coltiva delegando a qualcuno. Si coltiva nelle relazioni, nelle pratiche condivise, nei momenti di comunità. Il giardiniere, oggi, è la collettività. Ciascuno di noi può essere, in qualche modo, un giardiniere. Questo però richiede di abbandonare il perfezionismo, l’idea di dover avere tutte le risposte. I nostri libri, in fondo, suscitano più domande che risposte. E forse è proprio questo il punto: la meraviglia nasce quando accettiamo di non sapere tutto e di esplorare insieme, riconoscendo la nostra vulnerabilità e la nostra interdipendenza.

Se dovesse indicare una pratica concreta per “coltivare la meraviglia” in un contesto di cura, quale suggerirebbe?
Direi innanzitutto la pratica dell’ascolto e della narrazione. In ambito sanitario spesso il tempo è poco,
le procedure sono molte, le urgenze continue. Creare uno spazio in cui la persona possa raccontare la propria storia, cambia radicalmente la qualità della relazione. Quando ci si sente ascoltati, riconosciuti nella propria storia, cambia il modo in cui si vive anche la malattia. Questo non significa rinunciare alla competenza scientifica, ma integrarla con una dimensione umana che non è accessoria, è costitutiva. Coltivare la meraviglia, in questo contesto, significa anche riconoscere la complessità della vita che abbiamo davanti. Non ridurre la persona alla diagnosi, non ridurre il corpo a un insieme di parametri, ma mantenere uno sguardo capace di stupirsi dell’unicità di ogni percorso. È una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti, di parole, di silenzi condivisi. E forse è proprio lì, in quella trama di relazioni, che la meraviglia continua a crescere anche quando tutto sembra finire.

Intervista a

Maura Gancitano

Filosofa, pedagogista e scrittrice, è co-fondatrice di Tlon, progetto di divulgazione culturale e filosofica. È autrice di diversi libri.

Andrea Colamedici

Filosofo, editore e artista, nato a Roma nel 1987. Co-fondatore di Tlon, si occupa di filosofia dell'intelligenza artificiale, teoria dei media e cimiterologia. È, con Maura Gancitano, Direttore filosofico del Festival del Pensare Contemporaneo.

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