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Lavorare nell’ambito della cura significa abitare quotidianamente territori emotivi densi, instabili, spesso dolorosi. Negli hospice questa condizione si manifesta in modo evidente, perché si tratta di luoghi nei quali il confine tra vita, morte, attesa e limite è una presenza concreta, costante.
Giulio Costa, già responsabile del Servizio di Psicologia degli hospice per adulti della Fondazione MT. Chiantore Seràgnoli, esordisce confermando che “gli operatori della cura, in particolare coloro che lavorano in un hospice, si confrontano con una quotidianità che mette costantemente alla prova con un carico importante di fatica psicologica”. È una fatica che non riguarda solo la relazione con il paziente e con i caregiver, ma che si innesta in un contesto sociale più ampio, già fortemente stressato, accelerato, performativo, che quindi amplifica le vulnerabilità individuali e collettive.
Secondo Costa, infatti, “dobbiamo sempre partire da una visione sulla contemporaneità: i nostri operatori quando entrano in hospice non lasciano fuori le contaminazioni dovute allo stress, a una forma di burnout in cui siamo tutti un po’ immersi socialmente in quest’epoca”. L’idea che il lavoro di cura possa essere isolato dal mondo esterno è un’illusione, perché chi cura porta con sé le pressioni, le ansie e le iperstimolazioni che caratterizzano la vita di ognuno di noi.
Costa usa il concetto di “grande accelerazione” per descrivere la condizione sociale e umana attuale: “Negli ultimi vent’anni l’homo sapiens si è trovato di fronte a un numero di cambiamenti più elevato che in tutta la sua storia”, un sovraccarico che ha effetti diretti sul cervello, sull’attenzione, sulla capacità di restare presenti. Non è un caso, racconta, che una copertina del New Yorker del 31 dicembre 2024 raffigurasse una persona al computer, sola in una stanza davanti a una grande finestra, impegnata a lavorare mentre il mondo festeggiava il nuovo anno, con la scritta “Deadline”. Perché “oggi la “linea mortale” delle scadenze è diventata un simbolo del tempo che incombe sulle nostre vite frenetiche”. In questo scenario, lo stress non è solo una reazione individuale, ma una condizione sistemica che si manifesta anche attraverso sintomi fisici cui si tende a non dare peso come la stanchezza, i disturbi del sonno, la difficoltà di concentrazione. “Quando ci sentiamo stressati”, spiega lo psicologo,
“il nostro corpo ci sta dando dei segnali per mettere una barriera tra le aspettative che sentiamo e il nostro percepirci non all’altezza”,
una sorta di difesa inconscia che invita a rallentare. Il problema nasce quando questo segnale viene ignorato e lo stress diventa cronico, perché “il cortisolo, che nel breve ha una funzione di allarme, se diventa pervasivo induce a patologie, a sintomatologie più presenti, fino a trasformare lo stress in burnout o in stati post-traumatici”.
Negli hospice questo rischio è particolarmente elevato perché si trova a essere rafforzato da elementi sistemici come, per esempio, le prese in carico sempre più tardive e tempi di degenza sempre più brevi. Costa racconta che “un operatore che desidera prendersi cura del paziente e del familiare mettendo in campo la filosofia propria e qualificante delle Cure Palliative, una dimensione relazionale di ascolto e presenza, si trova spesso con un tempo troppo limitato”, e questa compressione genera frustrazione, insoddisfazione professionale, la sensazione di non riuscire a esprimere la propria identità di cura.
Ciò che emerge con forza dall’esperienza descritta da Giulio Costa è che le strategie di coping (risorse cognitive, emotive e comportamentali utilizzate per affrontare situazioni stressanti o traumatiche, ndr) sviluppate nei contesti di cura sono utili non solo agli operatori sanitari, ma rappresentano un patrimonio di competenze trasferibile alla vita di tutti. Il punto di partenza, ribadisce, è la consapevolezza:
“Diventare consapevoli dei segnali che dà il mio corpo, di come sto in relazione, di quello che accade con i miei colleghi”,
perché la psicologia individuale è sempre anche psicologia sociale e un ambiente stressato tende a stressare chi lo abita.
Da qui l’importanza di spazi di supervisione e formazione, come il corso “La fatica della cura”, attivato dalla Fondazione Hospice Seràgnoli, nel quale “la consapevolezza di sé diventa trasformativa nella relazione di cura”. Accanto agli interventi organizzativi, esistono poi pratiche individuali, semplici e fondate scientificamente, che possono aiutare a spezzare i circoli viziosi dello stress. Costa cita la respirazione diaframmatica, la meditazione, spiegando che “queste pratiche obbligano il corpo e la mente ad assumere posture che producono sollecitazioni neurologiche capaci di mitigare le risposte reattive dell’amigdala”, e quindi di ridurre l’iperattivazione emotiva.
Una funzione svolta anche dalla biofilia, dal rapporto con la natura e l’attenzione alla natura nella progettazione degli spazi, perché “essere immersi in un contesto naturale ha un effetto sulla riduzione delle sollecitazioni neurologiche e favorisce quella che chiamiamo restorative cognition”.
Un altro tema centrale è quello dell’attenzione, continuamente frammentata dalle notifiche e dal multitasking:
“Tutte le volte che mi sposto dalla cartella clinica al telefono, il mio sistema impiega mediamente sette secondi per risintonizzarsi”,
uno sforzo invisibile che accumula fatica e che riguarda chiunque lavori, non solo in sanità. Imparare a proteggere l’attenzione, a stare nel presente, diventa quindi una forma di cura di sé.
Infine, c’è la dimensione forse più profonda, quella del confronto quotidiano con il limite. Negli hospice il limite è incarnato dalla morte, dall’impossibilità di guarire, e Costa osserva che “questo dovrebbe ricordarci l’importanza di impostare dei limiti anche nella vita, per poter assaporare e godere delle piccole cose”, senza restare ostaggio della performance e delle distrazioni. Non è un processo automatico, ammette, perché “non è detto che dal trauma si esca automaticamente migliori”, ma resta una possibilità, una direzione di senso. Per questo, lavorare in Cure Palliative può diventare una forma di educazione che insegna a riconoscere ciò che conta davvero, a rallentare, a prendersi cura delle relazioni, dentro e fuori dal lavoro, di fatto – seppur all’apparenza paradossale – anche una “educazione alla vita”.
È forse proprio questo l’insegnamento più prezioso che l’esperienza degli hospice offre a una società sempre più stanca e accelerata: la cura non è solo un atto tecnico, ma un equilibrio fragile tra presenza, consapevolezza e rispetto dei propri limiti, un equilibrio di cui tutti, non solo chi lavora nella salute, hanno oggi urgente bisogno.
di Monica Beccaro, Responsabile Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa
Lavorare con pazienti fragili e con le loro famiglie implica un costante incontro con l’esperienza della sofferenza, dell’angoscia e della perdita. Per i “professionisti della cura” questo comporta inevitabilmente un significativo coinvolgimento umano ed esistenziale, che non va sottovalutato ma accolto e affrontato con strumenti appropriati.
È proprio in questo scenario che emerge il ruolo cruciale della formazione dei curanti. La formazione dei professionisti della salute ha come obiettivo certamente il rafforzamento di conoscenze e competenze necessarie per rispondere ai bisogni dei pazienti e delle loro famiglie. Per fare però un passo ulteriore ed entrare nell’ambito dell’educazione dei curanti non si può prescindere da altri due elementi: fornire g li strumenti necessari per fare quotidianamente scelte clinicamente, culturalmente ed eticamente appropriate per il paziente e che, contestualmente, siano utili ad affrontare la fatica e la complessità emotiva dell’esperienza della cura. Aver cura di sé è presupposto e fondamento per svolgere la propria professione garantendo la qualità dell’assistenza in quanto consente di affrontare la pratica clinica quotidiana utilizzando in modo appropriato le proprie riscorse senza però essere sopraffatti dalla sofferenza di pazienti, famigliari e colleghi dell’équipe.
La formazione proposta da ASMEPA, in collaborazione con Fondazione Hospice Seràgnoli, affronta e approfondisce queste tematiche sia nei Master Universitari che attraverso Corsi e Seminari di aggiornamento continuo. Nei programmi formativi del 2026 è stato introdotto il Corso “La fatica della cura”, un percorso di formazione ECM di due giornate, progettato per fornire metodologie condivise e potenzialmente trasformative per la crescita della consapevolezza emotiva dei professionisti e per la gestione dello stress che può emergere dal lavoro di cura. Attraverso momenti didattici, laboratori e gruppi di lavoro, il Corso fornisce strumenti per sviluppare una maggiore capacità di ascolto di sé e dell’altro e ridurre il rischio di burnout, riflettendo sulla propria pratica professionale e migliorando la qualità dell’assistenza.
Per approfondire: www.ecm.asmepa.org
“Nel nostro lavoro quotidiano nel Welfare vediamo quanto il benessere delle persone sia un equilibrio fragile, che va sostenuto con continuità e responsabilità. Per questo abbiamo scelto di sostenere il progetto di accompagnamento psicologico promosso dalla Fondazione Seràgnoli: un percorso strutturato di ascolto e supporto dedicato ai professionisti sanitari, spesso esposti a carichi emotivi intensi e a situazioni di grande complessità. Offrire loro uno spazio protetto di confronto e sostegno significa prevenire il disagio, tutelare la salute psicologica e contribuire alla qualità della cura che ogni giorno garantiscono ai pazienti. Crediamo in un welfare che non si limiti a rispondere ai bisogni, ma che sappia anticiparli e prendersi cura di chi si prende cura degli altri, rafforzando così l’intero sistema di assistenza del territorio.”
Mariacristina Bertolini, Vice Presidente e DG di Day
Per sostenere i progetti della Fondazione:
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