Incontri

Il corpo? Ci costringe a rimanere umani

Il corpo è ovunque. Esposto, fotografato, misurato, ritoccato. Ma proprio mentre sembra occupare ogni spazio, soprattutto virtuale, rischia di scomparire come esperienza profonda, relazionale, umana.
È da questa contraddizione che prende avvio la conversazione con Vittorio Lingiardi, medico psichiatra e psicoanalista, autore di Corpo, umano, un libro «nato durante i mesi del Covid, quando la realtà fisica – il lavoro, le relazioni, fare la spesa – ha cominciato ad allontanarsi eppure il corpo nella sua vulnerabilità al virus, era ancora più presente», spiega. Lingiardi propone nel suo libro un viaggio dentro e attraverso gli organi, i simboli, le fragilità e le trasformazioni del corpo contemporaneo inteso anche come «teatro della psiche», dice. «Un corpo che la medicina tende sempre di più a scomporre, la tecnologia a smaterializzare, la politica a strumentalizzare. E che invece, per essere davvero, ontologicamente, corpo, deve essere restituito alla sua presenza e alla sua integrità».

Perché oggi sente il bisogno di riportare il corpo al centro della riflessione? Che cosa rappresenta il corpo nel nostro tempo?
Per me il corpo è sempre stato un luogo centrale di studio e di relazione. Io nasco medico, poi sono diventato psichiatra e infine psicoanalista. Nel tempo, quindi, il corpo inteso nel senso della sua tangibilità medica, quello della semeiotica e dell’esame obiettivo – il famoso “dica trentatré” per sentire come risuona il torace – è passato sullo sfondo, ma parallelamente si è fatto voce della psiche e della sua sofferenza. Penso al corpo dell’anoressico, al corpo borderline di chi si infligge tagli, al corpo in perenne allarme dell’ipocondriaco, il corpo che ‘accusa il colpo’ del trauma, ma anche a quello di chi convive con una malattia cronica grave. E naturalmente penso al corpo della relazione primaria: la teoria dell’attaccamento ci mostra quanto il contatto fisico sia fondamentale nella costruzione del legame tra il bambino e chi si prende cura di lui. La pelle, per esempio, è l’organo psichico per eccellenza. Mettendo insieme le mie esperienze cliniche, personali e culturali, mi sono accorto che il racconto della nostra relazione con il corpo e con i corpi era trascurato. Soprattutto durante gli anni della pandemia, ho potuto osservare le trasformazioni che il corpo stava vivendo sul piano sociale e antropologico: la socialità degli adolescenti trasferita nella dimensione online; lo smart working; il passaggio di molte funzioni cognitive dai neuroni agli algoritmi. Tutto questo ha modificato e sta modificando profondamente il nostro rapporto con il corpo. Eppure, contemporaneamente, esso continua a imporre la sua realtà. Penso alle immagini delle guerre, delle emergenze climatiche, delle violenze di genere che ci colpiscono quotidianamente attraverso i media. Nel mio libro ho insomma cercato di intrecciare esperienza clinica, teoria psicologica ed espressione artistica per restituire al corpo tutta la sua complessità.

Oggi il corpo sembra ridotto soprattutto a superficie estetica, a immagine. Siamo ancora capaci di percepirne la profondità?
Purtroppo, dobbiamo fare i conti con un corpo sempre più ‘superficiale’ oltre che virtuale. Nelle società diciamo così del benessere, in realtà piene di nuove povertà, vedo un’attenzione estrema all’apparenza corporea, fin nei dettagli, ma anche una totale mancanza di corpi pensati come luoghi di profondità psichica e dignità relazionale. La stessa medicina a volte dimentica che al di là all’organo malato esiste una persona. Il rischio è che il corpo venga frammentato in organi separati, perdendo la visione d’insieme. Il mio libro vuole ricordare che non esiste cura senza relazione e senza fiducia.
Le tecnologie mediche sono straordinarie, ma devono essere abitate dalla relazione umana. Il medico non può perdere il contatto con il corpo reale delle persone. La progressiva scomparsa del medico di famiglia significa anche la perdita di una memoria del corpo, della sua storia nel tempo, di un corpo che non è solo individuale ma è un corpo familiare.

Nel libro il corpo emerge come un organismo complesso, quasi un’orchestra in cui gli organi suonano un unico spartito. In questa prospettiva, che cos’è la malattia? Una stortura dell’armonia o una delle sette note della vita?
La salute non è uno stato ideale e perfetto. Il corpo nasce con una data di scadenza. Le cellule nascono e muoiono continuamente. La vita stessa è un adattamento costante al cambiamento del corpo, all’invecchiamento, al trauma, alla malattia. Salute e malattia non sono due elementi che si escludono a vicenda, bensì vivono in dialogo. Susan Sontag scriveva che “a un certo punto tutti dobbiamo prendere il passaporto per entrare nel regno della malattia”. È vero, ma io credo che il confine sia meno netto: salute e malattia convivono quotidianamente dentro di noi. Certo, esistono eventi acuti o cronici che interrompono l’equilibrio e impongono un confronto più drammatico con la fragilità del corpo. Ed è proprio quando questo accade, che dobbiamo riscoprire il suo valore come elemento di relazione: nessuno attraversa davvero da solo l’esperienza della malattia.

Anche quando ci troviamo di fronte a condizioni gravissime di malattia, a disabilità complesse, a funzioni vitali ridotte al minimo, il corpo c’è. È quella “cosa fisica” con cui dobbiamo continuare a fare i conti, Che rapporto c’è, in quei casi, tra il corpo e l’idea stessa di vita?
«Finché il corpo è vivente, la relazione continua a esistere. Anche quando il corpo perde funzionalità, parola o capacità di comunicare nel modo abituale, resta la relazione attraverso lo sguardo, il contatto, i gesti. Nel mio libro cito un bellissimo quadro di Goya, “Autoritratto con il dottor Arrieta”, che rappresenta il medico che dà da bere al malato. Offrire un bicchiere d’acqua è uno dei gesti universali della cura. È la cura intesa come prendersi cura. Ci sono gesti elementari che tengono viva la relazione con il corpo dell’altro, anche nelle condizioni più estreme.

Siamo ancora capaci di prenderci cura dei corpi, attraverso una “cura umana”, che non sia solo tecnica?
Uno dei miei professori di clinica medica, Claudio Rugarli, ha scritto un libro che si intitola “Medici a metà”. Il medico a metà è quello che pensa che la sua professione sia soltanto competenza tecnica. Ma la medicina richiede anche ascolto, presenza, capacità relazionale. Il clinico è, etimologicamente, colui che si inclina al letto del malato. Il sistema sanitario, il mondo della cura, deve rimanere fedele a questa radice etimologica. Il medico deve continuare a vedere, sentire, toccare e rispettare il corpo della persona malata o morente. Viviamo in un’epoca di progressiva disumanizzazione dei corpi. Il rischio è che vengano trasformati in oggetti, algoritmi, mere funzioni biologiche. È per questo che nel titolo del mio libro c’è quella virgola: “Corpo, umano”. La pausa imposta dalla virgola vuole ricordarci che il corpo non può mai essere separato dalla sua umanità. La magnificenza dell’essere umano – quella che nella sua recente Enciclica Papa Leone XIV ha chiamato “Magnifica Humanitas” – resta il punto di riferimento irrinunciabile.

Intervista a

Vittorio Lingiardi

Psichiatra e psicoanalista, è professore ordinario di Psicologia dinamica presso la facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma e Senior Research Fellow della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È Past-president della Società per la Ricerca in Psicoterapia (SPR-Italy Area Group) ed è autore, per Einaudi e Cortina, di diverse pubblicazioni, sia scientifiche sia divulgative, come Diagnosi e destino (2018), Al cinema con lo psicoanalista (2020), Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo (2021), L'ombelico del sogno. Un viaggio onirico (2023), Corpo, umano (2024), Farsi male (2025). Nell’ottobre di quest’anno uscirà la sua raccolta di poesie Lezioni di nuoto.

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