Formazione

Cross-fertilization: la cura richiede contaminazione

Le Cure Palliative intese non solo come ambito della cura rivolta al paziente, ma come laboratorio privilegiato di contaminazione reciproca nel quale i professionisti dell’équipe e coloro che sono coinvolti a vario titolo nell’assistenza del paziente e della sua famiglia imparano a leggere insieme la persona nella sua interezza. E un ritorno all’idea della formazione come luogo di incontro tra competenze diverse e non come percorso di iperspecializzazione.
Si sviluppa lungo queste due direttrici d’azione una delle sfide più importanti per il futuro delle Cure Palliative e, al tempo stesso, una leva efficace per diffondere una cultura della cura capace di attraversare discipline, professioni e contesti assistenziali, all’interno di un sistema sanitario sempre più caratterizzato dalla complessità clinica, culturale e sociale.

«Credo che avere un approccio di tipo palliativo sia ideologicamente e professionalmente un dovere di ogni operatore sanitario»,

osserva Raffaella Antonione, Direttrice della SC Rete Cure Palliative e Hospice dell’ASUGI di Trieste. «Per questo è assolutamente doveroso che gli specialisti possano in qualche maniera “cross fertilizzare” e trasmettere quello che sanno ai futuri medici e infermieri. Finché avrò forza cercherò di portare questo messaggio agli studenti di Medicina e Infermieristica».

La logica della cross-fertilization non riguarda soltanto il trasferimento di conoscenze cliniche. Coinvolge soprattutto la capacità di apprendere gli uni dagli altri anche attraverso la collaborazione quotidiana. «Io come medico imparo tantissimo da infermieri, assistenti sociali, psicologi, assistenti spirituali», racconta Antonione. «Poche settimane fa abbiamo avuto la fortuna di collaborare con un gruppo di ministri di culto: ci si confronta e ci si arricchisce reciprocamente nell’ottica della cura completa e della presa in carico globale della persona».

La formazione sul campo rappresenta uno degli strumenti più efficaci per favorire questo incontro di competenze. Portando la sua esperienza, Antonione racconta come a Trieste studenti di medicina, infermieristica e fisioterapia partecipino a percorsi di tirocinio all’interno delle attività dell’équipe di cure palliative, anche in contesto domiciliare, uscendo così dai confini della formazione tradizionale, ancora fortemente centrata sull’ospedale. «Parlare e spiegare è una cosa, mostrare concretamente cosa significhi entrare nella casa di una persona malata, sedersi e dialogare con i suoi familiari, è un’altra», spiega Antonione.

«Quando gli studenti si confrontano con il contesto reale, con gli aspetti sociali, emotivi, familiari e ambientali della malattia, si palesa loro una nuova prospettiva rispetto alla professione che hanno intrapreso. I riscontri che riceviamo sono spesso sorprendenti: ci dicono “mi avete aperto un mondo, adesso ho capito davvero cosa significhi prendersi cura dei bisogni di una persona”».

La contaminazione deve, secondo la dottoressa, essere una modalità abituale anche nelle scuole di specializzazione e nella formazione avanzata.

«Medici geriatri hanno trascorso periodi di attività all’interno della nostra rete di cure palliative; sono in programma percorsi analoghi per gli internisti, mentre infermieri impegnati nei corsi magistrali sviluppano tesi e progetti dedicati a questo ambito”, racconta.

«Credo sia doveroso aprire i nostri servizi alle altre specialità affini; sono esperienze che aiutano ad affrontare in maniera condivisa temi come la cronicità, la complessità e il fine vita».

Se la cultura palliativa sta progressivamente trovando spazio sul territorio, rimangono ambiti nei quali il dialogo interdisciplinare appare ancora insufficiente. «Il contesto più complesso è quello dell’ospedale», afferma Antonione, «ed è l’ambito nel quale le cure palliative possono concretamente portare un valore aggiunto. Non solo per supportare le decisioni cliniche più difficili, ma anche per aiutare a costruire un ragionamento etico condiviso. L’approccio tradizionale del medico è ancora molto orientato al “fare, fare, fare” fino all’ultimo, e il fatto di non intervenire genera spesso insicurezza e disagio. È qui che le cure palliative possono offrire strumenti e prospettive diverse».

Un altro terreno ancora in parte inesplorato è quello delle strutture residenziali e delle case di riposo per anziani, dove cresce la richiesta di formazione e accompagnamento. «C’è tanta domanda di conoscenza, di corsi, di supporto alle équipe di cure palliative», racconta.
La cross-fertilization, infine, non si dovrebbe fermare ai confini nazionali, ma diventare capacità di contaminazione non vincolata da confini. «Nelle giovani generazioni di specializzandi e di medici questa apertura al contesto internazionale è già molto sviluppata: si guarda a realtà che nell’ambito delle Cure Palliative sono più evolute, come l’Australia o la Gran Bretagna, ma – per esempio noi qui a Trieste, terra di confine – abbiamo anche molto scambio con l’area dei Balcani, con l’Austria, con l’Est Europa».

Contaminazione che non avviene solo nei momenti “classici” dei congressi, ma «anche grazie alle relazioni informali, che i giovani professionisti coltivano lungo i loro percorsi. Ed è proprio da questi incroci informali che possono nascere le innovazioni più significative».

 

DALLA CONTAMINAZIONE ALLA CREAZIONE: COSTRUIRE INSIEME UN MODELLO DI CURA

di Chiara Venturini, Stefania De Lorenzo

Il confronto continuo tra professionisti differenti, reso possibile dalla didattica trasversale dei Master per medici e infermieri organizzati dall’Accademia di Medicina Palliativa – ASMEPA, braccio formativo della Fondazione Hospice Seràgnoli, in collaborazione con l’Università di Bologna, ha ispirato lo sviluppo del nostro Progetto di Tesi, dal titolo: “Co-Creation: strumento di collaborazione per una presa in carico precoce in Cure Palliative dei pazienti oncologici ancora in terapia attiva” (autori: Chiara Venturini, Stefania De Lorenzo, Sara Piambo, Sarah Dal Pian, Elena Parmeggiani; tutor: Sharon Nahas).

Ci siamo dati l’obiettivo di valutare l’impatto dell’integrazione delle cure palliative fin dalle prime fasi del percorso di cura dei pazienti che affrontano una terapia oncologica attiva. È stato scelto un metodo di ricerca innovativo – la Co-Creation – che ha coinvolto direttamente chi lavora sul campo: attraverso focus group con medici e in fermieri sono state raccolte esperienze e progettate insieme nuove modalità di collaborazione tra l’Oncologia Medica dell’Ospedale di Bentivoglio e la Fondazione Hospice.

L’intento era facilitare una presa in carico precoce e simultanea per evitare la frammentazione dell’assistenza, garantendo al paziente una valutazione multidimensionale e tempestiva e una pianificazione condivisa delle cure, nel rispetto della sua dignità e della continuità del percorso. I risultati sono stati incoraggianti: il numero di pazienti presi in carico precocemente in ambulatorio è aumentato, il percorso di cura congiunto ha consentito un maggior coinvolgimento di paziente e famiglia.

Anche i professionisti ne hanno potuto trarre beneficio: lavorare fianco a fianco tra équipe ha alleggerito il carico quotidiano, perché la complessità dei casi è stata affrontata insieme e le decisioni difficili non hanno più gravato su una sola persona.

Intervista a

Raffaella Antonione

Direttore della Struttura Complessa della Rete di Cure Palliative e Hospice dell’Area Giuliana di Trieste. Svolge attività didattica come Professore a contratto di Medicina e Cure Palliative. È stata membro del Consiglio Direttivo Nazionale della SICP. È curatrice del Manuale Italiano di Medicina e Cure Palliative e partecipa regolarmente, in qualità di relatrice e moderatrice, a congressi e convegni sia nazionali sia internazionali.

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