Cura

Il Mestiere di andare oltre

Un filo invisibile separa, e unisce, empatia e capacità professionale. Le infermiere e gli infermieri degli Hospice compiono ogni giorno un viaggio attraverso le emozioni e i bisogni dei pazienti. Una «fatica» che diventa «privilegio».

PRESA DIRETTA

La prima accoglienza
Compito principale è l’accoglienza del paziente e della sua famiglia al loro primo arrivo in Hospice. L’accompagnamento in camera e l’aiuto a personalizzare la stanza per ricostruire un ambiente familiare sono il primo passo per instaurare una relazione.

Il buongiorno
L’ingresso in camera ogni mattina è fondamentale. Attraverso il saluto
e domande “aperte” («Come sta? Che cosa la preoccupa?) si identificano i bisogni anche non espressi del paziente in quel momento.

I rilievi clinici
La mattina, la rilevazione dei parametri vitali non avviene attraverso una visita di routine. Il controllo del sintomo – dolore, nausea, dispnea – è parte di una presa in carico della persona nella sua totalità.

Il confronto con l’équipe
La condivisione con tutti i membri dell’équipe multidisciplinare delle informazioni relative al paziente è un elemento fondamentale. L’infermiera/e e l’operatore socio sanitario sono figure chiave nella raccolta di informazioni.

Burn-out
I livelli di stress emotivo nella professione infermieristica sono molto alti, dati i continui contatti e scambi con il paziente. La condivisione delle problematiche con l’équipe aiuta ad affrontare e gestire
l’equilibrio personale/professionale.

«Non c’è un protocollo, non può esserci una routine: ogni persona è un mondo che devi incontrare, scoprire, guardare negli occhi, accompagnare. Certo, quando si opera in una struttura complessa e organizzata come la nostra ci sono tanti processi che si possono e si devono standardizzare, ma non questo: non la relazione con le persone. Ecco l’aspetto che io trovo meraviglioso della mia professione, il privilegio di poter lavorare nelle cure palliative». Il “lavoro” di cui parla Antonia Piccirillo è quello che compiono ogni giorno, ogni ora, le 40 infermiere e infermieri impegnati presso i tre Hospice della Fondazione Seràgnoli. Un modo «inaspettato e sorprendente» di esprimere la professione, spiega Marco D’Alessandro, infermiere e coordinatore delle liste d’attesa, «perché quando hai vent’anni e intraprendi il corso di studi ti immagini di diventare uno di quegli infermieri che saltano giù da un elicottero e accorrono dove c’è l’emergenza.

Poi invece entri nell’hospice e scopri un modo di affrontare la professione che nessuno ti ha insegnato e che difficilmente da fuori ti possono insegnare: scopri che a Luigi non interessa tanto la tua bravura nel fare una medicazione o abile l’abilità nel trovare subito l’accesso venoso, perché con te quella mattina lui vuole semplicemente fare due passi in corridoio e discutere sulla campagna acquisti della Juventus. Così come, se sei con Stefano, far bene il tuo lavoro significa prima di tutto saper giocare a scopa e sedersi a fare una partita a carte. Perché non vuole sapere “come sta”, ma magari vuole semplicemente raccontarti che il giorno prima suo nipote ha preso un voto bellissimo a scuola. Il nostro lavoro non può essere spiegato solo attraverso un tabulato di turni, orari, o elencando una serie di attività cliniche. Prendere in carico il paziente in Hospice significa questo, vuol dire rispondere all’insieme dei bisogni della persona, che a volte sono clinici, a volte… è la Juventus! Il nostro lavoro è metterci in gioco ogni giorno, è un andare continuamente oltre quello che, fino al giorno prima, eravamo convinti fosse il nostro lavoro».

L’infermiere, insieme al medico, all’operatore socio sanitario, al fisioterapista e allo psicologo, è uno degli attori dell’équipe multidisciplinare che opera negli Hospice Seràgnoli e, come spiega Catia Franceschini, responsabile del servizio infermieristico, all’interno del team ha il compito specifico di «favorire la manifestazione dei bisogni, riconoscere quelli espressi e quelli non espressi, saper distinguere tra quel che è importante e quel che

«Dobbiamo essere sempre pronti al cambiamento perché lo sviluppo del quadro clinico non è quasi mai prevedibile, la malattia ha spesso delle improvvise accelerazioni e così cambiano altrettanto all’improvviso i bisogni specifici o le attese che del paziente», spiega D’Alessandro. Attraverso il continuo confronto all’interno dell’équipe e grazie ai briefing quotidiani durante i quali tutti gli operatori condividono la situazione di ogni singolo paziente, ogni sta cerca di avere più informazioni e dati possibili per rispondere al meglio a questa imprevedibilità. «Poi, però, ogni volta che entri in camera devi essere pronto a lasciarti sorprendere». Dal punto di vista professionale, confermano gli infermieri, questo si traduce in una sfida continua al miglioramento, all’essere sempre più sensibili, sempre più attenti, sempre più profondi. «L’esperienza in Hospice ti porta a un processo di maturazione continuo, ti insegna a sviluppare la capacità di essere empatica mantenendo però quella giusta distanza che ti consente di esprimere al meglio la tua professionalità». Faticoso? «Molto», risponde D’Alessandro, senza troppi giri di parole: «Stare a contatto con la sofferenza è faticoso. Il coinvolgimento emotivo è l’essenza del nostro lavoro, ma è anche il più grande pericolo perché, se vai oltre quel conne invisibile, vai in crisi e soprattutto metti a rischio il lavoro di tutto lo sta, metti in pericolo il paziente.

Anche da questo punto di vista il lavoro d’équipe è fondamentale: poter condividere l’emozione significa proteggersi, stemperare la tensione, l’ansia, i timori che inevitabilmente ti porti dentro. Ma ogni volta che sei arrivato a un passo dalla crisi, e ne esci, ti accorgi di essere più forte, più maturo. Acquisti ogni volta un pezzettino in più di consapevolezza su quello che sei, su quello che fai, su quello che sei in grado e sei disposto a dare agli altri».

 

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